UN PO' DI STORIA

( V.Piasta, traduzione di G.Cavallini)

Volterra
città degli Etruschi, città dell'alabastro.

Due concetti strettamente collegati tra di loro, oggi non meno che nel passato, e che invogliano il visitatore a seguire le tracce della storia.

Lo sviluppo sociale ed economico della città è sempre stato condizionato dalla sua particolare posizione geografica: adagiata su di una collina alta 535 metri, Volterra è rimasta tagliata fuori dalle grandi vie di comunicazione sia nell'antichità che in tempi più recenti. Il fertile territorio di questa regione era già abitato in epoche antichissime, si hanno testimonianze di insediamento umani che risalgono all'eneolitico.

Il primo nucleo di questo insediamento nacque probabilmente sul punto più alto della collina, l'Acropoli. Reperti rinvenuti nei dintorni della città e collocabili in un arco di tempo che va dal 10' al 7' secolo a. C. testimoniano l'esistenza di un'antica civiltà in cui, oltre ad arnesi ed armi di bronzo, si fa già uso anche di strumenti in ferro: si tratta della cosiddetta Civiltà Villanoviana, il cui nome prende origine dai primi ritrovamento effettuati a Villanova, presso Bologna. Nel Museo Guarnacci sono conservate numerose testimonianze di questa cultura, rinvenute nelle necropoli, vale a dire nelle aree destinate alla sepoltura dei morti.

Con il consolidarsi degli insediamento si sviluppa il commercio sia nell'ambito della regione, sia con popolazioni e paesi stranieri, e si stabiliscono contatti con altre civiltà che pure hanno lasciato tracce e testimonianze. Appartengono proprio ad una cultura che può già definirsi etrusca, i reperti qui rinvenuti e databili circa dal 70 secolo a. C. in avanti.

Non è ancora stato risolto l'enigma sulle origini e la provenienza degli Etruschi. La tesi di Erodoto secondo cui i Tusci-Tirreni sarebbero arrivati dalI'Asia non trova oggi molti sostenitori, essendo basata su prove troppo scarse. E d'altra parte, supponendo che gli Etruschi siano discesi dagli stessi Villanoviani, riesce difficile giustificare le notevolissime diversità che intercorrono tra l'una e l'altra cultura. Una terza teoria, inoltre, parla di immigrazione dalla regione alpina. Probabilmente la realtà non è che la sintesi di tutto ciò. L'arrivo di popolazioni straniere, introducendo nuovi elementi in una civiltà preesistente, provoca profondi cambiamenti e sovrappone nuove usanze a quelle vecchie.

Tuttora irrisolta è anche la questione dell'origine della lingua etrusca, nonostante i continui progressi in tal senso; sebbene l'alfabeto sia derivato da quello greco, per il resto non esiste una documentazione tale da permettere un'ampia conoscenza di tale lingua.

Di certo sappiamo che gli Etruschi (o Tyrrenoi, come erano chiamati dai Greci) si espansero dal Sud della Toscana verso Nord fino all'Arno (più tardi fino alla Pianura Padana), e dalla parte opposta fino al Tevere. Partendo da Veio, la loro rete commerciale si estese ben oltre la riva del Tevere (Litus Tuscus), fino alla Campania, ancor prima che Roma acquistasse un qualche rilievo economico e politico. A Nord c'era Velathri, l'odierna Volterra, centro importante nella Dodecapoli delle Lucumonie. La sua ricchezza derivava innanzitutto dall'estrazione dei minerali e dal susseguente commercio di rame e sale, che, come testimoniano reperti del 6' secolo a. C. (per es. la stele di Avile Tite), permise di stabilire contatti economici e culturali con le civiltà antiche più progredite: Cipro, la Fenicia, l'Egitto e soprattutto la Grecia. Dal 70 al 4' secolo a. C. l'Etruria cresce sia economicamente che geograficamente. La città-stato Velathri si espande a Ovest fino aII'Elba, ricca di miniere di ferro, a Nord fino all'Arno, mentre a Sud il suo territorio confina con quello delle Lucumonie di Vetulonia e Russellae, e ad Est con FiesoIe (Faesulae), con Arezzo (Arettium) e Chiusi (Clusium). A partire circa dal 60 secolo a. C. fu iniziata la costruzione dell'imponente sistema murario, che, limitato inizialmente al cosiddetto «Piano di Castello», incluse via via nuove fette di territorio. Dal 50 al 40 secolo a. C. viene portata a termine l'edificazione della grande cerchia muraria, lunga circa 7,3 Km, al cui interno, in una superficie di 116 ettari (1.160.000 mq) comprendente agglomerati urbani, templi, campi, orti e fonti, trovavano protezione più o meno 25.000 abitanti. Di quest'opera ciclopica si possono ancora ammirare la «Porta all'Arco», la «Porta di Diana» ed altri resti di mura sparsi lungo tutto il perimetro.

L'ascesa economica degli Etruschi si realizzò inizialmente in modo tutto sommato pacifico, ma la conseguente espansione territoriale fu causa di conflitti militari. Dopo il 40 secolo inizia la decadenza dell'Etruria come potenza economica e territoriale. Velathri perde Populonia e con essa un'importante via d'accesso al mare: questa funzione viene assolta in seguito da Vada, località situata a Nord della foce del Cecina.

Mentre in campo culturale cresce l'influenza ellenistica, la spinta espansionistica di Roma si fa pressante e mira anche alle ricche miniere di Volterra. Secondo le testimonianze di Tito Livio, nel 298 a. C. i Romani invadono il territorio volterrano, provocando gravi devastazioni. Gli Etruschi, proverbialmente noti nell'antichità per esser fin troppo amanti degli agi e delle comodità, ed annoverando tra i loro principi pace e regionalismo, non possono certo opporre una valida resistenza alle legioni di Roma, ben disciplinate e guidate da chiari intenti espansionistici. Nella decisiva battaglia sul lago Vadimone, anche Velathri finisce per perdere la sua indipendenza ed entra a far parte della confederazione italica con il nome di Volaterrae. Roma non impone alla città condizioni particolarmente dure, ma se ne serve nella lotta contro i Galli. Volterra diviene un partner fedele di Roma, tanto è vero che durante la seconda guerra punica fornisce cereali e attrezzature navali per il console Scipione. In seguito al prolungamento della Via Aurelia lungo la costa fino a Pisa, Volterra risulta tagliata fuori ancor più di prima dalle grandi arterie commerciali. La città resta fedele a Roma anche nel corso della guerra sociale e in segno di riconoscenza si vede accordare da Giulio Cesare, nel 90 a. C., i diritti di cittadinanza romana. Il Lucumone viene sostituito da un organo di quattro persone (Quatorvirato) che esercita il potere amministrativo e giuridico. Volterra è presente, sia pure con scarso peso, anche nella rappresentanza delle 45 regioni a Roma. Nella guerra civile tra Mario e Silla (88 a. C.) Volterra si schiera, con Fiesole,

Arezzo e Populonia a fianco del partito democratico contro il patrizio Silla. Silla esce vincitore dal confronto e le sue truppe assediano Volterra, riuscendo infine a piegarne la resistenza dopo ben due anni di assedio. La città viene sottoposta a saccheggio e Cesare le infligge un'ulteriore punizione privandola dei diritti di cittadinanza; solo un'appassionata intercessione di Cicerone fa sì che le sanzioni volute da Silla non vengano applicate interamente. Nonostante la grave sconfitta, Volterra mantiene gran parte del suo territorio, pur dovendo cedere la colonia di Saena Julia (Siena). Anche sotto l'imperatore Augusto (in carica dal 31 a. C. al 14 d.C.) non viene meno la sua importanza, tanto che proprio in questo periodo vengono realizzate opere imponenti come il Teatro e la Cisterna. La nuova religione cristiana arriva ben presto anche a Volterra. Già nelle opere del poeta satirico volterrano Persio Flacco (34-62 d. C.) si coglie l'insoddisfazione per il decadimento morale dello stato romano. Ed è proprio un volterrano, Lino, che nel 66 d. C. diviene il primo successore di Pietro alla guida della giovane chiesa cristiana; egli morirà dieci anni più tardi, nel 76. 1 nomi di origine etrusca delle due martiri Attinia e Greciniana (beatificate come lo stesso Lino) dimostrano che alla fine del terzo secolo dopo Cristo sopravvive ancora qualcosa della civiltà etrusca, malgrado l'influenza soverchiante di quella romana. Nel 50 secolo Volterra diviene diocesi, con un territorio piuttosto ampio.

Nel luogo dove oggi sorge il Duomo viene edificata una prima chiesa. All'inizio del 60 secolo San Giusto diviene vescovo di Volterra; a lui e ai Santi Clemente e Ottaviano la leggenda attribuisce il miracolo di aver salvato la città assediata dai Vandali, distribuendo a questi pane dalle mura.

Le sempre più frequenti incursioni barbariche portano gravi devastazioni sul territorio volterrano e nei secoli successivi non proviene dalla città nessun impulso significativo. Si sviluppa un sistema amministrativo che fa capo a conti e marchesi insediati dal re o dall'imperatore. Il loro compito è amministrare e imporre la giustizia, nonché riscuotere tributi, ottenendo per questo grandi proprietà terriere e privilegi. Nasce la nobiltà feudale e cresce la volontà dei nuovi nobili di allargare la sfera del loro potere e di allentare i legami con il sovrano: ma è proprio quest'aspirazione a segnare l'inizio della loro decadenza. Il potere centrale, alla ricerca di nuovi alleati, si rivolge infine ai vescovi e, tramite la concessione di privilegi, fa sì che essi possano controbilanciare la forza dei governatori di un tempo, ora in aperta ribellione. In tal modo, nel 9' e 10' secolo si sviluppano due centri di potere in antagonismo fra loro: le città rette dai vescovi e il territorio circostante ancora sottomesso alla nobiltà feudale. Anche a Volterra si ha il passaggio di potere dai conti ai vescovi, con un processo graduale che si completa nel 12' secolo; il vescovo Ruggero, verso la fine di quel secolo, dispone di miniere d'argento e di altre importanti fonti di reddito che gli permettono di muovere guerra contro certi nobili di San Gimignano colpevoli d'insubordinazione. I nuovi signori consolidano il loro potere temporale.

Nei secoli 12o e 13o sorgono a Volterra le case-torri, vere e proprie fortezze cittadine che hanno lo scopo di offrire protezione alle famiglie nobili, impegnate in aspre lotte di potere. Il riparo dai nemici esterni, per i circa 6.000 abitanti della città, viene invece offerto dalla nuova cinta muraria, costruita verso la metà del 13o secolo ed ancora oggi perfettamente conservata. Vengono già alla ribalta nuove forze sociali: ricche famiglie volterrane, fra cui ambiziosi borghesi, contrastano il potere dei vescovi e per meglio difendere i propri interessi si coalizzano: ecco che nasce il Comune. Vengono eletti dei consoli anche senza la benedizione del Vescovo-conte, vengono scelti dei giudici, si procede alla creazione di un apparato amministrativo indipendente. Verso la metà del 12' secolo si intensificano i conflitti con i vescovi, che nel corso del tempo avevano acquisito grande potere ed accumulato abbondanti ricchezze. Galgano Pannocchieschi, governatore per conto dell'imperatore Barbarossa, rimane vittima di una congiura, ucciso (secondo la leggenda) sulla soglia dei Duomo dalla folla inferocita. Con il vescovo Ugo dei Saladini (in seguito beatificato) segue un periodo di relativa pace sociale; alla sua morte (1184) la carica ritorna nelle mani dei Pannocchieschi e la posizione del suo successore Ildebrando è tutt'altro che solida. il Comune elegge nel 1193 il primo sindaco (Podestà) e nel 1208 si inizia proprio dietro il Duomo la costruzione del primo palazzo comunale della Toscana. Quando il vescovo Ildebrando muore (1212), la carica viene assunta da suo nipote Pagano, le cui scarse capacità diplomatiche acuiscono il conflitto con il Comune. Nel 1219 egli sfugge miracolosamente a un attentato.

Nel frattempo la città completa la sua emancipazione: viene creata una milizia cittadina, la popolazione si organizza in partiti politici e in corporazioni. Con la morte di Pagano (1239) si chiude l'era dei Pannocchieschi, ma nemmeno il successore Ranieri degli Ubertini riesce a restaurare il vecchio potere dei vescovi-conti. Di fronte alla minaccia di aggressione da parte di Firenze, culminata effettivamente nel 1254 in un attacco a Volterra, il vescovo e il Comune si avvicinano nell'intento di realizzare un'unità interna, e nel 1258, dopo un anno che è stata ultimata la costruzione del Palazzo dei Priori, Ranieri viene eletto Podestà e Capitano del Popolo (comandante della milizia). Egli riunisce in sé due cariche, la cui separazione era stata codificata appena cinque anni prima nella nuova costituzione, sulla falsariga del modello fiorentino. Nel 1319, mentre è in carica il vescovo Ranieri Belforti, gli statuti del Comune divengono ancor più «popolari»: dalla gestione del potere temporale vengono esclusi i patrizi, i ghibellini (con evidente riguardo per la guelfa Firenze), i militari e tutto il clero. A Ranieri succede nel 1321 Ranuccio Allegretti, duramente avversato dalla famiglia Belforti, che aspira a sua volta al dominio della città. Nel 1340 egli viene cacciato dalla popolazione sobillata da Ottaviano Belforti e le sue case vengono distrutte od espropriate. Gli edifici confiscati, tra cui la casa-torre di fronte al Palazzo dei Priori, vengono acquistati all'asta dai Belforti. Ottaviano si fa nominare «Confaloniere della giustizia». A poco a poco gli vengono conferite altre cariche e i Belforti possono così consolidare il loro potere. Ma il figlio e successore di Ottaviano, Bocchino, si rende inviso alla popolazione con una condotta tirannica. E quando infine con trattative segrete cerca di vendere la città ai Pisani, il popolo gli si rivolta contro. Viene catturato nei Pressi della Porta all'Arco e decapitato. Le sue proprietà vengono espropriate, i privilegi dei Belforti annullati. Firenze, alleata dei Belforti, rafforza la sua influenza sulla città insediando suoi cittadini nelle cariche di capitano del popolo e di castellano. Nel 1427 Firenze estende a Volterra la legge catastale compiendo una pesante ingerenza nella sua autonomia.

1 negoziatori dei Priori vengono trattenuti prigionieri a Firenze e rilasciati solo dopo alcuni mesi. Ritornati a Volterra, il loro capo Giusto Landini, facendo leva sull'affronto subito, induce la popolazione a cacciare il capitano del popolo e ad impadronirsi della fortezza. Le truppe di Firenze cercano di occupare la città ma non ci riescono; il 7 novembre del 1429 Landini viene attirato con un pretesto nel palazzo comunale ed ucciso dagli altri Priori: questi erano stati indotti al tradimento non tanto per la paura di fronte all'aggressione militare dei Fiorentini, quanto per la comunanza di interessi economici con i Medici stessi.

Circa quaranta anni dopo, al termine della famosa «guerra dell'allume», Firenze sottomette definitivamente la città. 1 retroscena della vicenda iniziano nel 1470, quando un senese scopre sul territorio volterrano, nei pressi di Castel del Sasso, una ricca miniera di allume; il Comune gli accorda i diritti di sfruttamento, ma non appena si viene a sapere che della società mineraria fanno parte anche i volterrani «Pecorino» Inghirami e Benedetto Frescobaldi, gli altri che sono interessati economicamente alla faccenda si ribellano; si cerca di aizzare la popolazione mettendo in giro voci secondo cui il contratto sarebbe stato stipulato in modo fraudolento; si arriva all'occupazione militare della miniera da parte di coloro che ritengono di essere stati sfavoriti nell'affare, ma l'Inghirami e il Frescobaldi chiedono l'arbitrato di Lorenzo il Magnifico; tuttavia anch'egli ha un interesse personale sull'esito del conflitto: da una parte è in gioco la partecipazione dei fiorentini allo sfruttamento della miniera, dall'altra non è una novità che Firenze miri ad una sottomissione definitiva e formalmente legittima di Volterra. Così, quando l'Inghirami viene ucciso dalla folla inferocita, Lorenzo dei Medici interviene: il 18 giugno 1472 le sue truppe, guidate dal Duca di Montefeltro, conquistano la città dopo un breve combattimento. Dalle distruzioni e dai saccheggi compiuti dalla soldatesca Volterra non si riprenderà che dopo molto tempo. Vengono rasi al suolo gli edifici che si trovano sul Piano di Castello e sulle loro rovine viene edificato un'imponente fortezza sovrastata dal Maschio, grande torre rotonda. Il Capitano fiorentino si insedia nel Palazzo dei Priori. Negli anni successivi, tuttavia, Volterra diviene una fedele alleata di Firenze, e nel 1513 le viene restituito il Palazzo. Ma ancora una volta la città dovrà subire le conseguenze della sua dipendenza da Firenze. Quando nel 1521 l'imperatore Carlo V, dopo il patto con Clemente VII, attacca Firenze, Volterra si ribella agli occupanti e offre la resa all'Imperatore.

Firenze resiste all'attacco e manda il Capitano Ferrucci a riconquistare Volterra; nel giugno del 1530, a prezzo di gravi perdite, costui riesce a ristabilire il dominio di Firenze sulla città.

Con la nascita del Granducato di Toscana, Volterra si trova inglobata in questa nuova realtà politica. Ma l'economia cittadina, prostrata dalle guerre, dagli sfruttamenti esterni e dalle epidemie di peste del 1348 e del 1630, stenta a riprendersi.

Fino verso il 1800 la popolazione resta su un livello di cinque-settemila unità. Per notare segni di ripresa bisogna attendere il 19o secolo, allorché viene industrializzata la produzione del sale e l'artigianato dell'alabastro acquista nuovo vigore.

Intorno al 1930 la consistenza numerica della popolazione raggiunge di nuovo i livelli del periodo del Comune, quando (all'inizio del 14o secolo) vivevano nella sola città 10-12.000 persone.


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